Rieper is back (again)
domenica 30 giugno 2013
Corna
Avevo un nome...Mike Sapinidis. Il bastardo che probabilmente in questo momento si stava fottendo mia moglie era Mike Sapinidis. Mollai la presa sulla carotide del ragazzo che stavo tenendo attaccato al muro e gli diedi qualche calcio in faccia finchè non smise di muoversi. Poi risalii in macchina e puntai verso il centro. Mike Sapinidis doveva morire!
Mike rimise al loro posto una pila di quotidiani che stavano oscillando pericolosamente; nel farlo salutò una ragazza dall'altro lato della strada e pensò che nonostante le notizie preoccupanti che la radio stava trasmettendo il sole era alto nel cielo, la sua edicola andava bene (si trovava in un ottima posizione) e tra poche ore si sarebbe incontrato con una bellissima donna...la vita era meravigliosa!
Presi a 90 all'ora una stradina a senso unico contromano rischiando di tirare sotto un paio di barboni; parassiti del cazzo! Un solo cerchione della mia Volvo valeva più delle loro vite!
Avevo una discreta fretta comunque e decisi di non fermarmi a massacrarli di botte nemmeno quando uno di loro mi tirò un bottiglione di rosso scadente sfondandomi il lunotto.
Mike si sgranchì le gambe e cominciò a tirare giù le serrande quando sentì una voce alle sue spalle
"Ehiii stallone!"
Alzò gli occhi ed ebbe una stretta al basso ventre quando la riconobbe la voce: "Susy ti avevo detto che non volevo vederti più qui davanti"
"Tesoro mio! Non fare il cattivone! E' vero che abbiamo litigato ma non puoi dimenticare tutto quello che c'è stato tra di noi"
"Cara, non c'è stato niente tra di noi! Siamo usciti a bere un paio di volte, mi hai succhiato il cazzo e dal giorno dopo mi sono ritrovato dappertutto messaggi che testimoniavano il tuo amore eterno. Quando ti ho detto di piantarla mi sono ritrovato gli stessi messaggi incisi con la chiave nella carrozzeria della macchina, quindi fatti un favore dato che ti ho già denunciata due volte e vattene che ho da fare"
La ragazza lo guardò prima stralunata e poi con un espressione furiosa e cominciò a insultarlo mentre si allontanava.
Mike rimase a guardarla andarsene e spintonare i passanti che provenivano nella sua direzione, come una pazza...ma come cazzo è che trovava solo donne di questo calibro? Lui voleva solo starsene tranquillo con una ragazza normale a fare cose normali (tipo starsene a camminare tranquillo per strada ad esempio, sarebbe stato già un grande passo in avanti rispetto al solito).
Chiuse sospirando tutte le serrande dello sgabbiotto e si diresse alla macchina, sul cofano campeggiava la scritta SPORCO BASTARDO seguita da un sacco di cuoricini incisi nella carrozzeria; bestemmiò e si mise al volante.
Arrivai al motel dove si sarebbero dovuti incontrare. Ne ero quasi sicuro perchè il segnalatore all'interno della macchina di Christine mi dava il parcheggio come punto di sosta (avevo dovuto fare solo un paio di chiamate alla concessionaria dicendo che avevano rubato l'auto per farlo attivare).
Era uno squallido motel da due soldi, con la scritta ERCOLE illuminata solo per metà. Chrissy...come eri caduta in basso! Con me volevi scopare solo dopo cene da 1000 euro e con questo greco bastardo (in realtà non avevo idea di che nazionalità fosse, ma Sapinidis mi dava quell'impressione) ti saresti fatta sbattere su un materasso che conteneva più forme di vita e seme secco di una piantagione di fagioli.
Spensi la macchina, tirai fuori la pistola dal cruscotto e me la misi in grembo.
Forza bastardo di un greco! Vieni a farti l'ultima sgroppata!
La doccia calda aveva dissipato di poco il nervoso per la macchina. Aveva già telefonato alla polizia per denunciare il fatto e loro gli avevano assicurato che avrebbero mandato una pattuglia a prelevare Susy dal suo appartamento per accertamenti, ma le probabilità che l'avrebbero potuta accusare direttamente erano scarse.
Maledisse la sua sfortuna ed il suo cazzo che l'avevano cacciato di nuovo in una situazione simile ma sorrise pensando a Christine.
L'aveva incontrata un paio di volte in edicola e, come al solito, si era ritrovato a fare il simpatico; qualche battuta, molti apprezzamenti, ma invece di liquidarlo come nell'80% delle volte l'elegante donna in tailleur lo aveva invitato a prendere un caffè in un bar poco distante.
Parlarono a lungo e si scoprirono affini, lui era incantato dal suo gusto e dalla raffinatezza, ben distanti dalla gretta cultura che traspariva dalle donne che riusciva a rimorchiare di solito. Terminato il caffè si salutarono, lui pensava che la cosa fosse finita lì, una semplice chiaccherata davanti a qualcosa da bere, ma lei scrisse sul retro di un tovagliolo una data, un ora e un indirizzo con una scritta che lasciava poco spazio all'immaginazione "Vieni a prendermi!"
Ci avevo messo fin troppo ad accorgermi che qualcosa non andava in Chrissy...Non scopavamo come si deve da mesi e nelle ultime due settimane avevo visto più frequentemente il mio scroto che lei.
Incontrai per strada quasi per caso il piccoletto che sapevo essere il suo stagista; Sempre che per caso si intenda che lo stavo seguendo da un paio d'ore..sì temevo che lei se lo stesse scopando, ero geloso, ma chi non lo sarebbe stato con una come Christine? Gambe lunghe e un corpo perfetto (mi era costato diversi soldi nel corso degli anni).
Decisi di provare a mettergli paura per capire come stavano le cose; sono un ex militare cazzo! Torture e interrogatori erano il mio forte in Afghanistan. Lo spintonai in un vicolo e in mezzo alla ressa di Cors Avenue. Non se ne accorse quasi nessuno, gli altri tirarono dritti: "Dove non può l'addestramento militare riesce sempre la grettezza umana" era solito dire il mio istruttore e negli anni avevo capito che era abbastanza vero.
"Cosa? Chi?" Gli assestai una testata secca sul naso, gliene diedi un altra, un altra e un altra ancora. Smise di tentare di scappare...
"I foldi -farfugliò- fono nella tafca deftra"
"Piccolo, non me ne frega un cazzo dei tuoi soldi! Ho solo una domanda -lo agguantai alla carotide e lo sollevai tenendo il tempo dei suoi battiti che pulsavano attraverso le mie dita- TI SCOPI MIA MOGLIE?"
I battiti impercettibilmente, per quanto possibile dalla situazione, rallentarono "Non fo chi fia fua moglie, non...NON REFPIRO!"
Strinsi ancora di più non stava mentendo, non ne aveva idea, stavo testando come si comportasse il suo cuore dicendomi la verita, le persone mentono, i cazzo di cuori mai "Christine -ringhiai- Christine Bedock! Doveva essere con te per lavorare tutta la giornata di oggi, DOVE CAZZO E'! LO SAI?"
"Io ACK! -lasciai, poco, la presa- NON SO DOV'E'!" il battito accelerò, stava mentendo. Ripresi a stringere più forte e cominciai a schiacciargli i coglioni con l'altra mano "Ascolta piccolo testa di cazzo! Non puoi dirmi palle, capito? NON PUOI! Lo capisco quando provi a coglionarmi, capito? Ora te lo ripeterò una volta sola, poi puoi dire addio ai tuoi coglioni...DOVE CAZZO E'? LO SAI???"
"Io...n-n-non foo dof'è di ficuro, ma p-p-poffo immagina-rlo ACK!" lasciai la presa tenendolo sollevato per aria "Mike, Mike Saponidis..." non stava mentendo, il cuore non sbaglia mai...avevo un nome.
Seguì il navigatore fino all'indirizzo segnato sul tovagliolo. Non era una bella zona, ma magari era una turista con non troppi soldi da spendere nell'alloggio o una di quelle pendolari settimanali che affollavano la città "Chissene" Pensò mentre parcheggiava la macchina sotto la scritta ERCOLE illuminata a metà
Si fermò una macchina proprio vicino all'ingresso del motel, guardai bene. Un uomo sulla trentina, vestito bene, con un covone di capelli in testa scese dalla vecchia Opel blu tutta rigata e cominciò a guardarsi intorno. 10 a 1 era venuto qui per scopare.
Si guardò intorno per un po', poi la vide che gli faceva un cenno da una camera al secondo piano, languida.
Bingo! Ecco la troia! La vidi che dal secondo piano stava chiamando il bastardo. Scesi dalla macchina, pistola in pugno quando lui si era già infilato nella sua stanza.
La stanza all'interno era la tipica stanza da motel di terza o quarta categoria, era strano che una donna così di classe vivesse lì ma aveva conosciuto persone con storie molto strane. Quando lei lo baciò sentì un profumo di fragole e lamponi e tutto il resto: Susy, la macchina, l'edicola, il mondo scomparve.
L'infame era dentro da una decina di minuti, se li era goduti abbastanza! Sfondai la porta con un calcio tenendo la pistola tesa davanti a me e quando lo vidi seduto sul bordo del letto in mutande sparai svuotandogli mezzo caricatore addosso. Mike Saponidis era morto, fuori di dubbio. Ma non mi bastava! Mi avvicinai per infierire sul cadavere mentre sentivo dal bagno i rumori di qualcuno che apriva una finestra
"Chrissy Ohhhhh Chrissyyyyy non ti preoccupare tesoro, ora arrivo anche da te!"
Appoggiai la pistola sul letto e mi chinai, afferrando il coltellaccio dalla cintura per iniziare a cavargli gli occhi. D'improvviso sentii alle mie spalle qualcuno che mi appoggiava qualcosa alla nuca, sparò.
"Cazzo di figlio di puttana! -urlò il ragazzo con una vistosa medicazione sul volto- Com'era quella frase con cui continuavi ad assillare Christine? Il cuore non sbaglia mai? Bhe cazzone, non è la prima volta che mi trovavo in una situazione come quella...il cuore non sbaglia QUASI mai!"
Corse fuori e scappò nella notte, il piano per eliminare il cazzone psicopatico era riuscito, ora poteva scoparsi Christine quanto voleva...
Arrow in the knee
"...Erano oramai due ore che mi ero addentrato nella grotta. L'unica fonte di luce era la torcia che tenevo con la mano sinistra e oramai era quasi consumata per metà. Dovevo prendere una decisione, o andare avanti e sperare di trovare un altra uscita o lasciare perdere e tornare indietro subito.
Mentre ero lì a rimuginare sulla cosa un urlo disumano proveniente dalle mie spalle decise per me. Non mi ero addentrato nemmeno per la metà nel piano superiore e quindi immaginavo che ci fossero ancora diversi sarcofaghi aperti con i loro occupanti risvegliati che si aggiravano in cerca di chi aveva tentato di forzare il forziere principale...avevo scazzato! Erondar mi aveva assicurato che il suo grimaldello magico avrebbe funzionato su tutte le serrature che avessi potuto trovare...bastardo di un elfo dei boschi! Mi sarei preso un paio delle sue dita al mio ritorno!
Svoltai in una galleria secondaria, tentando di rimanere fuori dalla vista del pozzo principale. Sentivo quelle cose avvicinarsi e non mi andava proprio di finire come molti degli avventurieri che adornavano la grotta con le loro ossa.
Girato l'angolo mi ritrovai in una sala con le pareti di legno ammuffito con al centro una fontana che prima del passaggio di altri saccheggiatori doveva essere riccamente intarsiata, buttava fuori una fanghiglia verdemarrone che nel corso degli anni aveva formato una patina di una trentina di centimetri lungo tutto il pavimento.
Avanzai circospetto verso l'apertura che intravedevo sul fondo quando improvvisamente una mano rattrappita spuntò dalla melma trascinandosi dietro quel che rimaneva di un cadavere. Alcuni pezzi d'armatura ancora penzolavano dalle cinghie fissate ai pezzi di carne e muscolo che restavano miracolosamente attaccati a qualche osso. La creatura girò il suo teschio verso di me e potrei giurare che la bastarda sogghignò mentre si trascinava con una vecchia clava tra le dita ossute.
Impugnai la spada, una mazza sarebbe stata più adatta ma quel bastardo di Erondar mi aveva assicurato che lì sotto non avrei incontrato scheletri...non so quante dita gli sarebbero rimaste.
L'abominio tentò di sferrare un colpo sul braccio che reggeva la torcia ma scansai agevolmente il grosso pezzo di legno. Con un movimento ampio tentai di dislocare una gamba della creatura per lasciarla ricadere ad annaspare nella melma mentre guadagnavo l'uscita. Un lampo azzurrognolo fermò la lama a una decina di centimetri dal bersaglio e la respinse facendola vibrare. Magia. Merda! Se c'era di mezzo la magia ero nei casini! Di per sè esseri come quello non sono un grosso problema ma se in possesso di armi o armature incantate il discorso cambia.
Fissai le orbite vuote dello scheletro e arretrai mantenendo una distanza di sicurezza dai potenti, ma poco precisi, colpi che venivano sferrati fendendo l'aria.
Uscito dalla stanza avevo quella cosa alle calcagna e, peggio ancora, continuavo a sentire le urla stridule dei Draugh del piano di sopra che si avvicinavano minacciose. Cominciava a mettersi male.
Corsi a perdifiato per le diverse camere ricavate nella roccia dura della montagna, ma sapevo benissimo che le creature negromantiche avrebbero continuato a inseguirmi finchè mi ritrovavo nel raggio d'azione di chi le manovrava.
Dopo una decina di minuti dovetti fermarmi a rifiatare, ero all'apparenza in quella che una volta doveva essere stata una cappella di preghiera a qualche Dio, le statue erano riverse spezzate al suolo. Non si riusciva a capire cosa raffigurassero dato che le diverse parti erano ridotte in pezzi piccolissimi e mischiati tra loro. Chi si era accanito con tanta foga sulle raffigurazioni non doveva nè amare molto gli dei nè aver paura della loro collera. Stavo per riprendere la mia fuga quando da sotto uno dei pezzi di marmo più grossi mi accorsi che proveniva una tenue luce.
Tentando muovermi più velocemente possibile spostai di qualche millimetro le macerie più grosse e notai che ad emettere la luce era una pietra liscia come quella di un greto del fiume e grande come una moneta. Decisi di raccoglierla e portarla con me, se fossi riuscito a tornare vivo magari questo viaggio non sarebbe stato totalmente inutile. Come sfiorai la pietra mi apparve nella mente l'immagine di un vecchio mendicante
"Akatosh E'Ruku Nie Se?" disse guardandomi con un espressione stralunata "Ekki Esatamani Ossu Des!"
Maledissi le lingue arcaiche, maledissi la magia e mi maledissi un po' da solo per non essere entrato nella gilda giusta invece di aver fatto la mia scelta con i postumi di una notte trascorsa a bere sidro caldo in taverna...
La figura eterea continuava a seguirmi fluttuando mentre correvo per i labirintici corridoi e continuava a mormorare la sua litania che insieme alle urla dei miei inseguitori mi stava rendendo quantomeno agitato.
Qualcosa mi colpì al petto e mi buttò lungo disteso. La torcia rotolò in terra proiettando lunghe ombre sulle pareti del cunicolo e rendendo tutto molto confuso.
Scorsi nel buio diversi puntini luccicanti che ringhiarono nella mia direzione sbavando mentre strisciavo per recuperare la luce. Imbracciai lo scudo e maldestramente riuscii a rimettermi in piedi quando ricevetti un altro forte colpo che per mia fortuna cozzò sul ferro dell'armatura.
Calciai la torcia tra me e loro e capii che sì, probabilmente ero arrivato al termine del mio viaggio. Davanti a me c'erano i corpi putrefatti di quelli che in secoli passati dovevano essere stati una tribù di goblin. Pallide caricature malformate di quello che i più fieri orchi rappresentevano, circa una ventina, si ammassavano intralciandosi a vicenda nella mia direzione e fermandosi a qualche metro dalla luce della torcia, che evidentemente era l'unica cosa che mi separava da una morte non certo piacevole. Qualcuno di loro tentava di tirare verso di me con delle rozze fionde ma fortunatamente la maggiorparte dei colpi andava a vuoto.
"Akatosh Hukka De Ost Lumin! Akatosh!" Lo spettro prese a volteggiarmi intorno "Akatosh! Akatosh!"
Puoi immaginarti la situazione, stavo lì a diversi metri sottoterra in una grotta tombale dimenticata da secoli, con dei Draugh e uno scheletro incantato alle spalle, una tribù marcescente di goblin davanti che non mi stava sventrando ancora giusto perchè l'unica torcia che avevo sarebbe durata una decina di minuti e uno spettro di chissà cosa che continuava a volteggiarmi intorno mormorando in una lingua che era stata parlata l'ultima volta da qualcuno secoli prima che io nascessi...Non mi vedevo bene, non mi vedevo bene per nulla.
Iniziai a raccomandare l'anima agli dei mentre altri colpi fischiavano sbattendo sulla parete alle mie spalle, quando lo scheletro fece capolino dalla fenditura alla mia sinistra capii che non avevo più speranze...mi balenò in mente che mi spiaceva di non poter tornare da Erondar per appendermi al collo tutte le sue dita, lo desiderai con tutto me stesso mentre tentavo di colpire il collo scheletrico col bordo dello scudo.
"AKATOSH DOBBA ESTA MI ERDE FOL!"
Un grande lampo azzurro scoppiò nella sala e se quella era la morte, pensai, almeno era stata veloce. Riaprii gli occhi e davanti a me c'era un grande spazio bianco con una strada che si snodava verso quella che sembrava una porta, il mendicante spettrale rimaneva silenzioso a fissarmi dall'alto:
"Mi capisci ora ragazzo?"
"S-sì ora sì"
"Hai desiderato una cosa e per il potere concessomi da Ordecai, sarà esaudita. Ma per ogni cosa c'è un giusto prezzo...ricordalo sempre negli anni che ti restano."
"Cosa...Cosa significa? Quale desiderio? Quale prezzo? Chi sei e cos'è Ordecai?"
Rimase lì per un tempo indefinito, qualche metro sopra di me, a fissarmi senza dire una parola, mi indicò solamente la porta. Mi incamminai con lui che mi seguiva lento, dall'alto e l'aprii.
"...rate! FUOCO!"
Le frecce fischiarono intorno a me, quando mi accorsi che un paio di loro erano impiantate nella mia carne urlai forte. Ero all'interno del campo d'addestramento del castello. Svenni.
Mi spiegarono in seguito che ero apparso in un lampo azzurro mentre gli arcieri stavano facendo pratica utilizzando mucchi di fieno. Una freccia mi aveva trapassato il ginocchio spezzando ossa e legamenti e facendo terminare la mia carriera di avventuriero. Ero finito. Mi rimaneva giusto un posto nella guardia cittadina, in fondo Erondar non poteva più impugnare nulla senza le sue dita che portavo a mò di collana..."
venerdì 28 giugno 2013
Hollow
Mi prese come un vuoto allo stomaco. L'unico paragone con la sensazione che stavo sentendo era quella, un vuoto allo stomaco, ma circa una spanna e mezzo più in alto.
Mi guardai allo specchio. La faccia che mi fissava da lì dietro era strana e non c'entrava per nulla su come mi sentivo davvero. Mi piegai sulla tazza tentai di vomitare, ma erano un paio di giorni che l'unica cosa che ingerivo erano boccate di fumo di un tabacco scadente. Sospirai.
Il sole era già bello alto nel cielo, segno che per l'ennesima volta avevo buttato quasi metà della giornata a dormire; anche se buttato non era la parola giusta dato per buttare qualcosa bisognava averla e dato che non avevo nulla da fare da mesi mi faceva ancora sentire più confuso.
Tentai di darmi una sistemata meglio che potei, raccolsi un plico di fogli dalla scrivania e uscii chiudendomi alle spalle la porta di casa tristemente vuota e spoglia.
Mi ci volle circa una mezz'ora ad arrivare al negozio. Davanti all'ingresso, in piedi o stravaccati sui gradini c'erano un altra ventina di poveri cristi come me, che attendevano più o meno impazientemente.
"Sei qui anche tu per il colloquio?" disse uno di quelli vestiti meglio sui gradini. Aveva una trentina d'anni, bella cera e un sorriso smagliante.
Feci cenno di sì con la testa e lui mi indicò, sghignazzando tutte le persone che stavano intasando il marciapiede e la strada
"Bhe amico, auguri! Vieni dopo di me e così a occhio ti ci vorranno all'incirca due o tre ore"
Me lo dovevo aspettare cazzo. Mai arrivare con meno di un ora di anticipo ai colloqui di posti Esperienza non richiesta, era una delle regole base non scritte di chi cerca lavoro. Mi trovai uno dei pochi posti liberi e mi rollai una sigaretta, una delle ultime considerando il tabacco rimasto nel pacchetto. Sarebbe stata una cosa lunga.
Mentre ero lì scambiai due chiacchere col ragazzo, era un po' più grande di quello che avevo stimato, 34 anni, una bambina in arrivo a breve, una casa in affitto, due lauree in economia e aveva appena perso il posto come agente assicurativo, crisi del cazzo. Questo, mi disse ridendo, non mi spaventa, ci metterò un attimo a trovare un altro impiego!
Gli odiavo gli ottimisti, Cristo se gli odiavo! Se sei pessimista, o realista alla peggio, quello che ti succederà sarà sempre un po' migliore di quello che ti aspetti, se sei ottimista sarai sempre destinato a vedere crollare i tuoi castelli in un modo o nell'altro. Al momento il castello del tipo era che sarebbe riuscito a trovare un posto per tirare avanti quel tanto che bastava per superare il momento no e dopo avrebbe aperto un agenzia assicurativa tutta sua. Con tutti i contatti che aveva sarebbe stato un gioco da ragazzi, diceva. Povero stronzo, pensai.
Mi accorsi che aveva un tic abbastanza comune nei giovani ottimisti in carriera, con la bella cera, il bel sorriso e la parlantina sciolta, si grattava la narice sinistra e tirava su col naso abbastanza spesso. Sogghignai.
La fila scorreva lenta, all'interno si tenevano colloqui che duravano dai 10 ai 20 minuti per ognuno in una piccola saletta riservata al fresco, la proprietaria non voleva creare ressa all'interno del negozio per cui lasciava il resto della gente a cuocere fuori sull'asfalto e ciclicamente una commessa spaventatissima usciva dicendoci di levarci dalla vetrina e non bloccare il passaggio.
Stavo prendendo in considerazione l'idea di andarmene, più per non sentire più le avventure del giovane assicuratore che per altro, quando, grazie al cielo, lo chiamarono dentro.
Silenzio, finalmente! La fila si fece di qualche passo più avanti e mi ritrovai all'interno del negozio molto alla moda, con scarpe e cinture da 500 euro a botta, di sicuro non il mio standard.
La commessa, tutta tesa, mi fece avanzare fin sulla porta della stanzetta dove potei risentire tutta la vita lavorativa del 34enne, finchè la padrona non lo interruppe.
"Vede, lei è un giovane brillante, lo si capisce al volo! Il problema di questi tempi dico io, non è tanto la crisi quanto il fatto che per persone come me è diventato difficile trovare gente che vuole davvero lavorare! -mi guardai intorno e c'era almeno un altra ventina di persone che potevano smentire la sua tesi, secondo me- oggigiorno la gente è abituata a voler lavorare per ricevere dei soldi e non mette passione nel proprio lavoro! Quando ereditai la catena di negozi da mio padre -alla parola ereditai mi scappò un mezzo sorriso- non ha idea di quante persone ho dovuto licenziare che avevano questa brutta abitudine! Grazie a me e mio marito, ora abbiamo solo dipendenti che posso considerare il top nei loro compiti e che trattiamo come gente di famiglia" Osservai la commessa spaventata e dal suo sguardo mi parve di capire che quelli di famiglia, avevano il posto precario e sottopagato come chiunque altro...
I minuti passarono e il colloquio, finalmente, finì. Il tizio uscì, mi battè una mano sulla spalla e mi augurò, falsamente, buona fortuna. Io gli augurai di finire sotto a un tram.
Entrai, consegnai il mio curriculum di cinque fogli e attesi le domande di rito, una volta fnito ricominciò per filo e per segno lo stesso discorso già sentito, sembrava che lo avesse provato per molto.
Quando alla fine mi salutò augurandomi ogni bene e dicendomi che si sarebbero fatti sentire sicuramente vidi che stava notando i miei vestiti che discostavano molto dai 500 euro a pezzo e capii in fretta la piega che aveva preso il pomeriggio, ciononostante attesi speranzoso per qualche giorno. Inutilmente ovviamente.
Riaprii il giornale in cerca di un nuovo annuncio per un colloquio e distrattamente notai la notizia con la foto del giovane assicuratore sotto al titolo: "Giovane padre si impicca in garage dopo aver perso il lavoro!"
Bhe, pensai, un altro castello è crollato. Voltai pagina e mi segnai a penna i numeri di altri annunci.
giovedì 27 giugno 2013
Screamer
Pareva un altra inutile giornata. Era un altra inutile giornata. Aprii gli occhi. Stessa stanza, caldo afoso e una coperta sudata buttata addosso, mi alzai fino ad arrivare alla finestra, l'aprii e venni investito da un cinguettio cacofonico di decine di uccelli. Li maledissi più che potei, richiusi la finestra e mi ributtai nel letto.
Qualcuno urlò, forte. Ero io. Ero riuscito a svegliarmi da solo come un pazzo e scattando in piedi tirando pugni all'aria, mi guardai allo specchio tremante e mi sedetti con la testa tra le mani. Buongiorno cazzo!
La casa era vuota. Arrivai fino alla vasca e mi ci buttai dentro iniziando a leggere un libro a caso, la storia di un tizio che diventa ricco e va alla ricerca delle sue origini finendo coinvolto in un intrigo alla Dan Brown; sfogliai una ventina di pagine, poi, d'improvviso non riuscii più a muovermi, ero come paralizzato. Cominciai a scivolare verso il fondo. Da sotto il pelo dell'acqua vedevo la luce filtrare dalla finestra chiusa. Tentai di trattenere il respiro per non so quanti secondi, poi l'acqua cominciò lentamente a entrarmi in gola e nelle narici, tentai di urlare, ma ottenni solo di buttare fuori un paio di bolle...
Qualcuno urlò, forte. Ero io. Ero riuscito a svegliarmi da solo come un pazzo e scattando in piedi e tirando pugni all'aria, mi guardai allo specchio tremante e mi sedetti con la testa tra le mani. Buongiorno cazzo!
Mi alzai stancamente e arrivai al pc. Attesi l'avvio, inserii la password (in casa mia c'è l'usanza di non farsi i cazzi propri) e mi misi a sfogliare stancamente tra facebook e le mail, una in particolare mi colpì come un calcio nelle palle, era di Chantal, la mia ragazza:
"Tobias ho bisogno di parlarti, è urgente, il nostro rapporto non sta andando da nessuna parte e da troppo tempo sono stufa della situazione, è meglio che la facciamo finita qui, mi dispiace di dirtelo in questo modo, ma non penso riuscirei a dirtelo guardandoti negli occhi"
Rimasi inebedito ad osservare lo schermo per un po'. Scesi le scale, arrivai in cucina, presi il coltello più grosso che trovai e me lo piantai in pancia. Caddi in ginocchio, tossendo grumi di sangue sulle piastrelle...
Qualcuno urlò, forte. Ero io. Ero riuscito a svegliarmi da solo come un pazzo e scattando in piedi e tirando pugni all'aria, mi guardai allo specchio tremante e mi sedetti con la testa tra le mani. Buongiorno cazzo!
Mi stiracchiai nel letto, mi girai da una parte e dall'altra e cercai ad occhi chiusi di trovare la bottiglia di birra che sapevo essere ancora a metà da qualche parte, la birra calda è uno dei migliori rimedi contro il doposbronza. Così almeno avevo letto da qualche parte. La trovai, ne bevvi una sorsata e come mi aspettavo sapeva di piscio.
Scesi in cucina, aprii il frigorifero e tirai fuori una bottiglia ancora intonsa di vodka, iniziai a bere a canna.
Mi guardai intorno. La casa era ancora vuota, se escludiamo i due gatti che mi guardavano stancamente da sopra il divano, mi misi a fianco a loro, bevvi ancora, iniziai ad accarezzarne uno ed ogni volta che lui spingeva la testa verso la mia mano per avere più coccole io davo un altra sorsata dalla bottiglia. Dopo un po' mi addormentai.
Quando rinvenni ero disteso a terra in una pozza del mio stesso vomito, faccia sotto. Non ricordavo nè come nè quando avevo iniziato a stare male. In realtà non importava molto. Il problema principale e che da quella posizione non riuscivo a respirare. Tossii e sentivo che un altro conato stava arrivando con i resti di chissà quale pasto. Svenni.
Qualcuno urlò, forte. Ero io. Ero riuscito a svegliarmi da solo come un pazzo e scattando in piedi e tirando pugni all'aria, mi guardai allo specchio tremante e mi sedetti con la testa tra le mani. Buongiorno cazzo!
Le urla dei bambini dei vicini arrivarono forte da dietro le finestre, la coppia nella casa di fronte aveva appena avuto una neonata che strillava come una matta e i vecchietti in fondo alla strada erano oramai un paio d'anni che avevano la fantastica idea di fare scorrazzare i nipotini (che giuro su Dio mi sembravano sempre più ritardati ogni giorno che passava) nella strada di sotto con le loro biciclette del cazzo a urlare come matti.
Scesi, aprii la porta ed arrivai in strada, attesi che uno dei bambini mi passasse vicino e gli assestai un cazzotto fortissimo sul grugno, facendo finire la bicicletta da una parte e lui dall'altra, picchiò forte la testa sull'asfalto e rimase lì immobile col sangue che cominciava a colare dalle orecchie.
Arrivai al garage proprio quando l'anziano vicino stava urlando vicino al corpo del bambino, presi un forcone, me lo puntai alla gola e premetti forte, fin quando non sentii lo schiocco di qualcosa di rotto...
Pareva un altra inutile giornata. Era un altra inutile giornata. Aprii gli occhi. Stessa stanza, caldo afoso e una coperta sudata buttata addosso, mi alzai fino ad arrivare alla finestra, l'aprii e venni investito da un cinguettio cacofonico di decine di uccelli. Li maledissi più che potei, richiusi la finestra e mi ributtai nel letto.
mercoledì 26 giugno 2013
Cass
Non sono mai stato molto affine alle persone che mi circondano.
Quando qualcuno si sente così, in posti come Domodossola, un istituzione come le scuole superiori può arrivare ad essere un inferno.
Stavo in una quinta liceo di gente che riesco a ricordare a fatica e che ancora mi provoca fastidio; già allora c'era questa cosa di isolarmi e trattarmi da cretino perchè non avevo argomentazioni per reggere un discorso sul calcio, sulle serate a vomitare per strada ubriaco (su questo però ci sarei arrivato dopo) o sulla quantità di figa rimediata in discoteca. Essenzialmente facevo il possibile per estranearmi da un gruppo di persone che non mi voleva. Ci riuscivo alla grande cazzo!
Passavo poco tempo dentro quelle 4 mura. Mi aiutava molto il fatto che potessi gestire le mie assenze e questo portò al fatto che per la quasi totalità della settimana semplicemente mi infilavo in un bar e preparavo lì i miei argomenti. Non andava neanche così male. Sarà stata la vita che avevo intorno ma riuscivo comunque a tenermi una spanna sopra il pelo dell'acqua, in quasi tutto (anche se qualcosa l'avrei poi pagata successivamente).
A quei tempi giravo con un gruppo di metallari della zona conosciuti da poco (sì poi è diventata la prassi, ma sopratutto qui era una novità incredibile). Avevano anche loro però quest'orrida ideologia del branco a tutti i costi, o sei dentro o sei fuori, o con noi o contro di noi..."bhe cazzo, pensai, io sto principalmente con me stesso!" e stetti a osservare un po' dai margini.
Quando si è nuovi in gruppi chiusi come questo, se si rimane al confine e non si è dei totali coglioni, si attirano le attenzioni di tutti, sopratutto delle ragazze.
Ebbi una storia velocissima con una di loro. Si stufò in fretta. Ero troppo poco dannato per interessarle a lungo e mi ritrovai di nuovo da solo, senza alcuna voglia di sorbirmi la grande macina ormonale di un giorno di metà settimana nella famigerata 5L.
Mentre stavo percorrendo i vicoli di soppiatto per arrivare al bar, allontanandomi dal cancello che avrei dovuto varcare per diventare una persona matura e rispettabile, incontrai due del gruppo del metallo, Angel e Rob.
Rob era fratello d'arte, nel senso che il fratello è abbastanza noto per essere un ottimo chitarrista e per acchiappare parecchie ragazze. Rob si sforzava il più possibile di assomigliargli e viveva della sua rendita, ma diversamente da altri che avevo conosciuto nella stessa situazione, non risultava un perfetto stronzo, anzi era persino simpatico (cosa abbastanza rara per qualcuno della zona). Viceversa conoscevo Angel da poco e non l'avevo ancora inquadrato per bene, di lui al momento sapevo solo che era un abbastanza tipico buzzurro calabrese con la fissa per le macchine truccate e i racconti sulle sue tipe rimorchiate.
"Ohi bello, non hai cazzi neanche tu stamattina?" mi disse Rob, mentre si legava i lunghi capelli neri.
"Come quasi tutte le mattine"
"Vieni con noi allora, tra un po' arriva anche la mia figa!" aggiunse Angel guardandomi con un sogghigno.
Non ero convintissimo. Solitamente mi piaceva starmene per i cazzi miei almeno fino a metà mattinata, ma feci un cenno con la testa e li seguii, lontano dal mio bar abituale.
Entrammo e la barista, una 60enne con gli occhi scavati, ci fece un cenno d'intesa e ci lasciò proseguire per il piano superiore, dove ci saremmo accampati per almeno 4 o 5 ore.
Lei era già lì.
Rimasi di sasso trovandomela di fronte così, stravaccata su due sedie, bella come la notte. Lunghi capelli neri scompigliati ricadevano dappertutto ed era vestita a metà strada tra una metallara a un concerto goth e una dimostrante di Greenpeace durante una manifestazione (non aveva ancora le idee chiare, la ragazza, pensai, ma il pensiero, cinico, mi uscì subito dalla testa). Mi sedetti, ci presentammo.
"Sono Cass" disse, con una voce che a dispetto dalle apparenze suonava molto dolce
"E sta con ME!" Si affrettò ad aggiungere Angel, sottolineando il fatto cingendola per la vita. Mi venne in mente un orango con un casco di banane.
Le strinsi la mano, ordinammo da bere e cominciammo un altra astrusa usanza di chi fa sega alle superiori; le carte. Dio quanto ero (sono) scarso! Feci un paio di partite, più per cortesia che per altro, facendo sclerare il povero Rob che si ritrovò in squadra con me. Riuscii a svicolarmi solo quando arrivò un amica di lei (non la ricordo assolutamente) che si offrì, impietosita, di prendere il mio posto.
Andai nella sala attigua ad accendermi una sigaretta, sono cresciuto nei bar quando ancora non era vietato fumarci dentro e per quanto assurdo possa essere mi faceva sentire a casa una sala in cui vecchietti e videopoker convivevano con fumo, bicchieri di bianco alla spina e bestemmie. Lei mi raggiunse.
"Non ti piace la compagnia?" Mi chiese sporgendosi verso di me per accendere la sua sigaretta.
"Oh non è quello, Rob è simpatico, è solo che al mattino sono un po' rincoglionito"
"E le carte non sono il tuo forte"
"No decisamente " abbozzai un sorriso
"Com'è che non ti ho mai visto con loro?"
"Non li conosco da molto -mi stiracchiai sulla sedia- tu è da tanto che stai con Angel?"
Mi guardò con un velo di ironia nello sguardo "Da fin troppo"
Bussarono sulla porta a vetri, era appunto Angel "Eccoliii, dai piccola che mi serve un doppio in squadra e lui fa cagare -mi indicò sogghignando- vieni?" le diede una sonora pacca sul culo.
"Arrivo Angel, arrivo"
Lasciò la sua sigaretta mezza accesa e sporca di rossetto ad agonizzare nel posacenere, rimasi a guardarla da dietro la porta a vetri tra il fumo e le bestemmie di uno dei vecchi che dietro di me si stava giocando la pensione.
Passarono un paio di settimane, la rividi qualche volta in giro insieme ad Angel e parlando con Rob capii che l'impressione che avevo avuto era vera; un orango con un casco di banane. La trattava di merda e quando non c'era raccontava a tutti di quanto come e dove scopassero...un vero signore!
Poi mi disse una cosa che mi stupì, lei gli aveva chiesto il mio numero; probabilmente pensai, aveva bisogno di qualcuno con cui parlare che non si battesse i pugni sul petto ogni 5 minuti.
Ci sentimmo per telefono. Molte volte. Le piaceva parlare con me e a me piaceva parlare con lei. Non nego che mi presi una cottarella ma pensavo sarebbe rimasto solamente quello, io l'avrei ascoltata, lui l'avrebbe avuta, vecchia storia. Già successa. Già vissuta.
Una mattina mi chiamò prima che uscissi, mi chiedette se volessi passare da lei. Perchè no? Non abitavamo nemmeno distanti. Presi la mia roba e uscii.
Bussai, lei aprì, mi tirò dentro mi abbracciò e inziò a piangere. Cazzo, pensai, che cazzo è successo? La strinsi forte. I suoi capelli profumavano di..bhe profumavano di pulito...smise di singhiozzare. La tenevo ancora stretta.
"Ehi, ehi Cass, che è successo?"
Mi baciò, un bacio strano, mischiato alle sue lacrime. Mi teneva ancora stretto e mi spinse verso il divano. Continuando a baciarmi. Si ritrovò sopra di me.
Sinceramente non riuscivo a crederci. Oddio in un angolino ci speravo che finisse così ma sono quelle cose che uno ipotizza che possano succedere perchè viste in troppi film smielosi e che poi non ti succedono mai. Questa volta no. Le sue labbra erano ancora sulle mie, la sua lingua cercava la mia. Dopo qualche interminabile, bellissimo, minuto si staccò. E rise.
"Scusa...Penserai che sono una pazza"
"Fossero tutte così le pazze!" risi anch'io.
Rimanemmo così per un po', abbracciati poi parlammo. Venne fuori che la sera prima aveva provato a lasciare Angel ma che lui aveva iniziato a urlare come un pazzo e quasi era arrivato a picchiarla. Poi si era fermato. Vennero fuori anche altre cose. Tipo la sua vera età. Cazzo le avrei dato quasi due anni in più dei miei e invece scoprivo che era molto più piccola! (questo mi sconcertò abbastanza, non ero per niente abituato). Venne fuori anche che era vergine. L'orango raccontava un sacco di balle su questo punto. Parlammo di molte cose, la tranquillizzai. Si addormentò. In quel momento, su quel divano, con la luce del sole che arrivava dalla finestra e le illuminava le guance ancora rigate dalle lacrime mi sembrò la cosa più bella che ci fosse.
L
L...si chiamava così...
La prima volta che la vidi ero arrivato nella sua zona su una bicicletta scassata uscendo ben di molto dal mio giro abituale (diciamo allungando di un paio d'ore). Lei era lì, su un muretto, Jeans e maglietta. Era bellissima.
Scherzai un po' con qualcuno dei ragazzini fermi lì, li conoscevo di sfuggita, ma in un attimo diventarono delle persone meravigliose. Tutto per stare lì qualche minuto di più a guardarla.
Era più grande di me di un paio d'anni, che oramai non significano nulla ma a quell'età contano parecchio. Parlava e scherzava con tutti tranquillamente, merito anche delle poche persone che vivono in un paesino di montagna. Poi arrivò R.
R...Cristo se era brutto R! Sembrava una rana, con i suoi occhiali spessi e la sua faccia quadrata! Ma R. aveva un paio d'anni più di L. e come già detto ora non contano ma all'epoca sì. R. la prese stringendola e la baciò, mi sembrava davvero di vedere una rana mentre cerca di prendere una mosca al volo. Poi se ne andarono via con la moto di lui e io rimasi lì, decisamente sconcertato, con quelle persone meravigliose che non erano più così meravigliose ora che se n'era andata lei.
Passò del tempo. Ogni tanto passavo per tentare di vederla ancora. Ma non ci riuscii mai. Passò dell'altro tempo. Qualche anno.
La rividi, tempo dopo. E Dio se era bella! Chissà come mi riconobbe. Parlammo, a lungo tra un bicchiere di birra e l'altro, di cosa non ricordo ma parlammo parecchio. A fine serata ci salutammo scambiandoci i numeri di telefono (facebook era una cosa molto lontana gente!). Cominciammo a sentirci per messaggio, mi piaceva sentirla, sopratutto la notte, quando sapevo che rimanevamo alzati solo per parlare.
Scoprii che era già occupata (ahia). Scoprii che lui aveva una 20ina d'anni, decisamente più di qualche anno dei miei ai tempi (ahia). Scoprii che aveva la macchina (ahia). In ultimo scoprii che era geloso...e decisamente grosso (ahia). Me ne fregai.
Un pomeriggio d'estate mi offrì di andare al lago insieme a dell'altra gente, lei c'era, il lago pure, la gente si ridusse a un povero disgraziato che avevo chiamato io. Come al solito era splendida cazzo! Aveva un bel corpo ma la cosa che più mi aveva sempre colpito erano gli occhi, quei due bellissimi occhi con un taglio a metà tra un gatto e un orientale. Io no, non avevo un bel corpo, chiudiamola dicendo che sono basso e tarchiato, non grasso, ma decisamente non faccio un figurone in costume.
Scherzavamo, scherzavamo e parlavamo e scherzavamo ancora, poi mi venne vicino. L'odore della sua pelle...la sensazione di averla così vicina...Ecco, non devo stare a spiegare in che stato mentale passai il resto del tempo no?
A fine giornata non riuscivo a pensare ad altro che a lei. Quando ci salutammo mi venne vicino e mi chiese se ci saremmo visti la sera, ovviamente dissi di sì...mi disse se conoscevo la vecchia sbarra di una stradina in mezzo ai prati, ovviamente dissi di sì...
Ci incontrammo lì, dopo che se n'era andata dalla festa, inventandosi una scusa (ecco, tempo dopo ripensai parecchio a questo momento)...mi abbracciò, mi guardò negli occhi e mi baciò...a lungo...ok, pensai, ok, pensai Ok, pensai OK, pensai OK!
Poi non pensai più, la presi e la baciai, e continuò così per il resto della notte...
lunedì 24 giugno 2013
Day ?
"Ohi, bella Porre! Porti Grosso Guaio a Chinatown che così guardiamo qualcosa mentre beviamo?"
"Perchè no? Fammi solo tirare insieme che è una settimana che sono sterrato di influenza e chiuso in casa a tentare di preparare esami"
Mi tirai insieme e uscii per davvero, ero abbastanza barcollante, imbottito di una gran varietà di medicine e col morale a terra, non ero esattamente in forma. Ma avevo bisogno di parlare con qualcun altro che non fossi io.
Arrivai al parcheggio, sottomano il film pagato 5 euro in uno di quei cestoni giganti che ogni tanto si trovano nei supermercati...alle volte puoi tirarci fuori delle perle, ma sto divagando. Salii le scale e arrivai di fronte alla serranda chiusa, sapevo di dover bussare perchè era in corso una "festa privata" succedeva spesso, significava solamente che il padrone del locale voleva fare casino e non aveva cazzi di pulire dalla sera prima...in effetti lo strato di appiccicume sul pavimento nero mi confermava questa cosa, ma il posto mi piaceva anche e sopratutto per cose come questa.
Dentro, al buio, davanti a un proiettore calato che trasmetteva le maledette partite della domenica c'era tutta la cricca, dal gommista con lo sguardo da pazzo allo studente di medicina figlio di dottori, dall'infermiere 30enne appena divorziato allo steward appena assunto e che è felice di girare il mondo...tutti notevolmente già ubriachi dopo aver ripreso a bere dalla sera prima.
"Oh bella Porre! Bella Porre! Siediti qui! Hai portato il film! Vuoi da bere? Minchia ci spacchiamo! Oh ma la droga?"
Era una cosa carina entrare in un posto e venire salutato così, pensavo che fossero quasi tutti amici, chi più chi meno.
Aprii una lattina di una pessima marca di birra (direttamente dal peggior discount della zona) non tanto con l'intenzione di bere quanto di stare in compagnia, qualcuno mi avvicinò un narghilè, cominciai a fumare. Ora non prendetemi proprio per un coglione, ho fumato, fumavo e continuerò a fumare, ma forse l'idea di farlo imbottito di medicine non è stata proprio un idea geniale, ma si è giovani e idioti, e pur di sentirsi parte di un qualcosa anche i misogini di merda come me si piegano alle orribili usanze sociali...o forse pensavo solamente a non pensare.
D'un tratto ero io, il narghilè, me stesso e basta...mi assalì una tristezza infinita, cominciai a pensare a quanto facevo cagare e a quanto mi faceva schifo non avere nessuna prospettiva, nessun sogno, nessun futuro.Ma in un posto come quello, con persone come quelle, in una situazione come quella, nessuno vuole ascoltarti. Non che avessi veramente intenzione di dire qualcosa a qualcuno.
Poi di botto (oppure non di botto, la mia percezione del tempo era un po' sfasata) mi succese una cosa strana, la testa era ferma ma cominciai ad avere la vista annebbiata prima e barcollante poi; l'ho detto, non ero nuovo alla droga ma quest'effetto era nuovo, prima ci risi su, lo dissi a qualcuno, non ricordo chi; mi ignorò, mi pareva che tutta la sala mi ignorasse, il battito accelerò, il sudore scese copioso...stavo iniziando a spaventarmi.
Passò del tempo, una mezz'ora forse, ero in un angolo, testa bassa tra le mani, in uno stato che penso fosse anche abbastanza pietoso, qualcuno mi vide, rise, rise di una risata cattiva e mi iniziò a prendere per il culo, uno, due, tre, tutti...poi ripresero ad ignorarmi.
Ero decisamente spaventato.
Timidamente chiesi se qualcuno potesse avvisare altra gente che sarebbe venuta a recuperarmi; mi ignorarono, risero.
Poi successe, in mezzo a tutto questo lo steward ridendo mi tirò una lattina mezza vuota. Mi colpii alla testa, non sentii praticamente nulla, ma intorno a lui solo facce che ridevano, deformate dal buio, dal fumo, dalla sicurezza del branco.
Non ricordo bene, ricordo che lo stato mentale era simile a quello di un sogno quando si pensa di poter saltare un palazzo mentre lo si sta facendo.
Mi alzai, risi anch'io, corsi in avanti per quei 4-5 metri che ci separavano, saltai (non so come potei farlo in quelle condizioni) e lo colpii. Un pugno secco. In testa. Con le ultime due nocche della mano. Lo ricordo ancora come uno dei miei migliori pugni; ricaddi a sedere su un divanetto. La sala ammutolì. Qualcuno venne a fare il grosso con me che ridevo sguaiatamente. Poi lo guardai, sanguinava, era uno di quelli che più consideravo amici in quella sala e sanguinava, mentre intorno a me cominciava a formarsi un capannello di gente "E' pazzo! E' fuori di testa! Ma hai visto! Ma che cazzo ha nel cervello?"
Parecchio tempo dopo qualcuno completamente estraneo a quel gruppo e con un briciolo di coscienza mi accompagnò fino a casa, qualcun altro che avevo visto in condizioni ben peggiori mi disse che era meglio se non mi fossi fatto mai più vedere, risi, da solo questa volta, mentre il giorno successivo tentavo di recuperare frammenti di qualcosa che si era spezzato di nuovo. Solo. C'ero abituato...non lo siamo tutti comunque?
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